“O Generosa”, l’inno di Allevi che non piace proprio a nessuno

L’industria musicale è riassumibile in una grande dispensa, che in ogni scatola di latta contiene un ingrediente magico e magicamente mediocre che forma il “tutto” della musica italiana. Apri il barattolo del rock e ci trovi Ligabue e Vasco, apri il barattolo del blues e fanno in modo che ci trovi Zucchero, apri il barattolo del rap e ci trovi Fibra e J-Ax. Apri il barattolo della “musica colta” e ci trovi Giovanni Allevi da Ascoli. Mi rifiuto di scrivere musica classica parlando di lui per ragioni strettamente etimologiche, indicandosi col termine musica classica prevalentemente le opere concepite a cavallo tra Settecento ed Ottocento da compositori operanti a Vienna come Haydn, Mozart e Beethoven; quello stesso Ludwig van Beethoven che ha dovuto sentirsi dire, nel libro La Musica in testa scritto proprio dal nostro eroe: Credo che in Beethoven manchi il ritmo, io ho capito cos’è solo con Jovanotti.

Il barattolo che contiene Allevi è un barattolo di quelli in cima alla dispensa, tipo quello del cacao amaro in polvere, che viene spostato una volta all’anno e che se insomma qualcuno dovesse buttarlo non se ne sentirebbe la mancanza. È lì perché mai sia che dovesse servirti, sai che c’è. E allora si è deciso che non serviva Keith Jarrett, non serviva Glenn Gould, non avevamo bisogno di Leonard Bernstein, potevamo avere la brutta copia battente bandiera tricolore semplicemente prendendo un pianoforte e frullandolo con un litro di esperienza discografica e pochi grammi di promozione azzeccata. Il risultato è questa centrifuga di banalità e spocchia, che porta in giro le sue composizioni elementari e il suo personaggio da Forrest Gump della musica in nome di una presunta vocazione ricevuta dall’alto e passivamente accettata dalle masse, nel solco della miglior tradizione radiofonica, che impone modelli e musicisti che una persona dotata di un minimo di Q.I. non ascolterebbe neanche durante la prova generale del proprio suicidio.

L’imposizione e la promozione conducono dritti ai premi e ai riconoscimenti prestigiosissimi quali quello attribuitogli dal ristorante “12 apostoli” di Verona ed il Giffoni Award, laddove per Giffoni si intende il paese che da anni organizza una rassegna cinematografica per bambini, dando così parzialmente ragione a chi lo accusa di scrivere musica più orecchiabile che valida. Inspiegabilmente finisce col dirigere il concerto di Natale dell’Orchestra Sinfonica del Senato della Repubblica, occasione che gli dà modo di gonfiare ulteriormente il suo ego e strappare l’incarico dalla Lega Calcio di scrivere l’inno della Serie A.

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Ora, non so se avete presente l’utenza media del calcio e dei programmi di calcio, che di certo non è quella dei teatri e delle sale concerti. Ciò non toglie che si sia sentita la necessità di scegliere un’intro sinfonica e solenne per enfatizzare al meglio il lunch match delle 12.30 tra Chievo e Frosinone, creando un effetto cortocircuito per cui le nostre domeniche d’ora in poi sembreranno un’unica lunga celebrazione eucaristica che parte da quella Vaticana su Rai Uno a mezzogiorno e finisce a tarda sera nello Studio 2 di Corso Sempione all’ora della Domenica Sportiva. Ma è davvero così brutto quest’inno? Si. Un inno che, per celebrare (?!) la Serie A sceglie di adottare due lingue a lei avulse, il latino e l’inglese; un inno che salmodia Oh forza nobile, vieni da noi! Gloria al vincitore, il suo cuore si muove sempre con onestà proprio nell’anno in cui i campionati minori subiscono uno slittamento a causa del prorogarsi delle inchieste per calcio scommesse; un inno che sarebbe difficilmente inseribile anche negli spot dove ci sono bambini a palleggiare nel parco sulle note (negli anni precedenti) dei Kiss o di Lady Gaga ma che ormai è stato fatto, ed accompagnerà calciatori, allenatori e tifosi anche quando nei gelidi lunedì pomeriggio di gennaio si svolgeranno i posticipi hairdresser-friendly, quelle partite che di solito riescono a richiamare allo stadio ben ventitré tifosi in totale.

Se come il nostro riccioluto compositore afferma: Il futuro non è nella spiegazione, ma è nell’incanto del non sapere, chiudiamo gli occhi e fingiamo di non sapere che ogni volta che ascolteremo questo inno penseremo che di Generosa, qui in mezzo, c’è solo la Lega Serie A ed i suoi assegni milionari.

O generosa
Ph. Credits: corrieredellosport.it


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