Come ti cambia un concerto di Bob Dylan

“Dylan non ha una voce.
Dylan semplicemente è una voce.
E raggiunge col suo canto latitudini omeriche”

A dire queste cose fu Francesco De Gregori qualche tempo fa. E non me ne voglia se non sarà approfondita la sua performance ridotta ad un’ora (pur sempre di gran livello), alla data d’esordio del Lucca Summer Festival. Tutto questo solo perché la sua voce, prima di salutare la Toscana con la “Donna Cannone” e “Rimmel”, ha assicurato che avrebbe lasciato il pubblico in buone mani. Quelle di Bob Dylan. Ora; viene difficile ricercare aggettivi che possano sposarsi con la sua mutante personalità. Una personalità ben radicata e assolutamente coerente nella sua incoerenza. E viene difficile attribuirgli qualsiasi aggettivo perché i primi a cui pensi prima che salga su quel palco sono “mito”, “leggenda” e “poeta”. Sì, probabilmente tutto molto vero. Ma tutto molto distante dalla sensazione che Dylan percepisce di se stesso. Lui che odia il senso del mito. Che non si riconosce nel leggendario, nomignolo attribuito dalla massificazione che i media ritiene diano ai personaggi come lui. E che probabilmente, mi permetto di aggiungere, è un elemento di non poco conto nella sua decisione di evitare il più possibile i grandi pezzi con cui ha raggiunto il successo negli anni 60’. Quel senso di pressione lo ha portato ad allontanarsi dal suo passato. A voler cambiare sempre.

Poi il concerto inizia (foto quinewslucca) ed è necessario un po’ di sano buon senso per capire che la ricerca ossessiva di un aggettivo o di qualsiasi entità che definisca il modo di essere artista di Dylan è tempo sprecato. Che l’indefinito è lo spazio che più si avvicina a lui.
Dylan è un mestierante dell’indefinito. È come un protettore di un segreto. E quel segreto è il segreto della sua arte. Appena muove verso una direzione e appena un’etichetta è pronta a catalogarlo, lui stravolge la scena e cambia tutto. Lo ha sempre fatto e finché ne avrà forza lo farà.

Artisti come De Gregori, come Dylan sono fan smisurati di questo tipo di incoerenza. Producono idee e le idee si muovono. Le cose cambiano. Things have changed. Proprio il pezzo che fa da apertura alle maestose due ore che accompagnano Piazza Napoleone nella suggestione di un ambiente quasi stilisticamente vicino al teatro. Scenografie minimali, poche luci e non troppo potenti e tre maxi-schermi, la cui ripresa doveva limitarsi all’intero palco. Senza troppi movimenti. Le cose cambiano e dunque Dylan vuole lasciarsi dietro ciò che è stato. Potrà non confessarlo mai, ma saprà di aver cambiato qualcosa con i suoi pezzi del passato. Dei gloriosi anni 60’, “quelli delle idee forti in quanto tali”.

Chi, tra il pubblico pagante, aspettava di cantare a squarciagola “Hurricane”, “All along the watchover” o “Like a Rolling Stone” ha dovuto rivedere le sue pretese. Dylan ha voglia di far vedere ciò che è diventato adesso. Quello che il suo genio creativo l’ha portato ad essere. Dunque sceglie di privilegiare “Tempest”, il suo ultimo disco cantautorale e riconfermare i titoli del secolo corrente. Del passato ripesca She Belongs to me, rivoluzionata nel suo arrangiamento e Tangled Up in Blue, anch’essa stravolta dalla sua versione originale.

Bob scandisce bene ogni parola. Sa già di non avere un accompagnamento vocale del suo pubblico, ma sa anche di ricevere tutta l’attenzione che l’impianto acustico umano possa riuscire a donargli.

E dopo due ore la chiusura d’autore. Di una leggenda, di un mito, di un poeta. Chiamatelo un po’ come vi pare. A Dylan probabilmente non piacerà nessuno di questi nomignoli. Potrebbe disprezzarli. Meglio concedere all’indefinito l’onere e l’onore di accompagnare l’oramai settantaquattrenne menestrello americano.

È vero, un artista ha l’esigenza di pubblicare grandi dischi. Ma il vero artista è quello che dal vivo riesce a generare una quantità industriale di emozioni. L’artista deve far sì che chi torni dal suo concerto torni in qualche modo cambiato. Tornare da un concerto di Bob Dylan può cambiare la visione di tante cose. Qualsiasi altra domanda ne renderebbe impossibile la risposta. Ma una risposta forse c’è. E sta soffiando nel vento. Blowin’ in the Wind. Sì, almeno quella Bob ce l’ha voluta regalare nella magica notte di Lucca.


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